Ci sono momenti in cui la vita cambia ritmo. Non perché lo scegliamo, ma perché qualcosa dentro e fuori di noi chiede un altro tempo. Per me, questo tempo è arrivato con la maternità. Abituata a muovermi, a fare, ad avere sempre qualcosa da portare avanti, mi sono ritrovata in uno spazio diverso: più lento, più imprevedibile, più difficile da controllare. E soprattutto pieno di attese. Attese piccole, quotidiane, ma continue, che non si possono accelerare e che, proprio per questo, mettono profondamente alla prova.
Pratico yoga da anni. Ho studiato, approfondito, attraversato tante fasi, eppure mi rendo conto che alcune parti della pratica le sto comprendendo davvero solo ora. Non attraverso lo studio, ma attraverso l’esperienza. Il non fare, di cui tanto si parla, non è qualcosa che si sceglie facilmente: è qualcosa che la vita, a volte, ci mette davanti. E non sempre è comodo, perché ci costringe a lasciare andare il controllo e a confrontarci con ciò che non possiamo gestire.
Restare senza intervenire — senza anticipare, senza riempire — per me è stato, ed è ancora, uno sforzo. La tendenza è sempre quella di fare, di organizzare, di portare avanti, di cercare una soluzione. Ma ci sono momenti in cui questo movimento non è possibile, e in cui ogni tentativo di forzare crea solo più confusione. E allora resta solo una cosa: stare.
In questo tempo sto incontrando una pratica diversa. Non fatta di posizioni o di tecniche, ma di presenza, di osservazione cosciente, del rimanere con ciò che c’è senza cercare subito di cambiarlo. Non è una pratica lineare, né semplice. È fatta anche di cadute, di momenti di rabbia, di frustrazione, di resistenze. E poi, lentamente, di accettazione: accettare di non essere sempre centrata, di non riuscire sempre a mantenere uno stato di equilibrio, di essere, semplicemente, imperfetta.
Forse questa è una forma più reale di pratica. Meno visibile, meno “ordinata”, ma più vera. Una pratica che non si limita al tappetino, ma che si muove dentro la vita, nel quotidiano, nelle relazioni, nei momenti in cui perdiamo equilibrio e in quelli in cui proviamo a ritrovarlo. Una pratica che non si dimostra, ma si attraversa.
Ci sono stati giorni in cui il non fare non è stato una scelta, ma una condizione. Giorni in cui mancava l’energia per fare qualsiasi cosa, persino per pensare con chiarezza. E in quei momenti, l’unica pratica possibile per me è stata shavasana.
Restare lì, senza fare nulla, non come ricerca di rilassamento, ma come gesto di accoglienza. Come rispetto per il corpo, per i suoi tempi, per i suoi limiti. E così l’accoglienza diventa una resa ai nostri desideri, e allo stesso tempo un’apertura verso ciò che il corpo ci chiede: fermarci.
Nelle tradizioni esoteriche si dice che è proprio attraverso questo attrito, questa frizione, che può avvenire una trasformazione.
Nello yoga, questo si avvicina al concetto di aparigraha: non attaccarsi al risultato delle proprie azioni. Non trattenere, non forzare, non cercare di afferrare un risultato. Sul tappetino questo può voler dire non spingere il corpo oltre i suoi limiti, ma ascoltarlo e rispettarlo. Nella mente, significa osservare i pensieri senza combatterli, lasciandoli scorrere. Nella vita, significa accettare che non tutto può essere controllato.
E forse non è un caso che proprio shavasana sia una delle posizioni più amate, e in un certo senso anche la più “perfetta”. Non richiede sforzo, non richiede forma, non richiede obiettivi. Chiede solo di arrenderci. Arrenderci alla vita, ai suoi alti e bassi e al nostro “ego”.
Col tempo sto comprendendo che la pratica dello yoga non si esaurisce sul tappetino. Può iniziare dal corpo, dal movimento, dal benessere, ma prende davvero forma nella vita reale, nei momenti in cui siamo chiamati a restare, ad osservare, ad accogliere ciò che emerge.
Ognuno, con i propri tempi, può avvicinarsi a questo significato più profondo dello yoga, non come qualcosa da raggiungere, ma come qualcosa che, lentamente, si rivela.
Ti è mai capitato di attraversare un tempo così?
Se pratichi yoga, puoi provare a fermarti anche solo per qualche minuto in shavasana. Non come ricerca di rilassamento, ma come spazio di accoglienza e lasciare che il corpo si appoggi, senza chiedere nulla.
Solo restare.




